Huawei P20 Pro, come funziona la tripla fotocamera posteriore e perché gli smartphone montano più sensori fotografici

Tre, quattro, cinque, probabilmente in futuro anche sei. Sembra non esserci più limite al numero di fotocamere incluse negli smartphone. L’antesignano di questa tendenza è stato il P20 Pro, attuale dispositivo di punta in casa Huawei, che per primo ha proposto ben tre sensori fotografici sulla parte posteriore. Al di là di alcuni slogan legati al marketing, c’è una reale utilità in questo tipo di configurazioni, che spesso consentono di ottenere scatti inimmaginabili fino a qualche anno fa.

Le aziende hanno cercato di aggirare un limite fisico. I sensori fotografici negli smartphone sono fondamentalmente di dimensioni più piccole rispetto a quelli delle macchine fotografiche. Ecco perché non riescono a catturare la stessa quantità di luce. Questo si riflette in tanti aspetti: dal dettaglio delle immagini alla resa in notturna, ambiti in cui il divario con reflex e mirrorless (compatte con obiettivi intercambiabili) è ancora netto.

Ecco dunque la soluzione adottata da produttori come Huawei: affiancare al sensore fotografico principale altri secondari, così da poter fornire al primo maggiori informazioni sulla scena che si sta inquadrando. Il lavoro delle varie fotocamere viene poi messo insieme dalla parte software, che letteralmente elabora l’immagine servendosi dei dati raccolti. Sembra tutto estremamente complesso, ma in realtà basta semplicemente comprendere il funzionamento dei singoli sensori. Partiamo proprio dal P20 Pro.

P20 Pro, un punto di riferimento per le fotografie in notturna

L’immagine soprastante mostra le tre fotocamere posteriori del P20 Pro. Il sensore principale è quello in mezzo e conta ben 40 Megapixel e una diagonale da 1/1.73 pollici. È insolitamente grande per l’ambito smartphone, se pensiamo che Galaxy S9 con il suo modulo da 1/2.55 pollici misura appena la metà. Quello di Huawei inoltre non è stabilizzato, ovvero non integra soluzioni meccaniche (stabilizzatore ottico, OIS) o digitali (stabilizzatore elettronico, EIS) per eliminare dalle immagini i tremolii delle mani.

Fin dai tempi del P9 (antenato del P20 Pro, commercializzato nel 2016), il sensore principale è affiancato da uno gemello in bianco e nero, in questo caso da 20 Megapixel con diagonale 1/2.78 pollici (è quello posizionato subito al di sotto). La sua funzione è semplice ed efficace: catturare ancora più dettagli, supportando quello da 40 Megapixel che ha un obiettivo con apertura inferiore (f/1.8 contro f/1.6, vuol dire che il secondo è in grado di far entrare più luce). Non è stabilizzato.

Il terzo sensore è da 8 Megapixel e con una diagonale da 1/4.4 pollici. Dunque ben più piccolo rispetto ai precedenti. Le dimensioni così compatte, permettono di avere un importante zoom sull’immagine, consentendo così di scattare foto simili a quanto si otterrebbe con una fotocamera dotata di teleobiettivo, generalmente chiamati anche obiettivi da ritratto, in grado di far risaltare in maniera maggiore il soggetto rispetto allo sfondo. In questo caso il sensore è stabilizzato otticamente, ovvero tramite un sistema meccanico in grado di compensare il naturali tremolio delle mani dell’utente durante la fase di scatto.

L’applicazione fotocamera orchestra la mole di dati dei tre sensori grazie all’onnipresente “Intelligenza Artificiale”, un po’ di marketing per definire un algoritmo di confronto fotografico eseguito molto velocemente da un’apposita componente contenuta nel  processore del P20 Pro, che trovando corrispondenza della scena inquadrata con un grande database di immagini, regola automaticamente alcune impostazioni per ottenere uno scatto finale migliore.

Tutto questo dà origine a una resa fotografica di alto livello, che non era ancora stata raggiunta in ambito smartphone prima dell’avvento del P20 Pro. Nella galleria sottostante trovate diversi scatti realizzati con il dispositivo Huawei, e noterete subito gli effetti particolarmente convincenti in notturna. Non a caso, il noto portale DXOMark (specializzato nell’analisi tecnica in ambito fotografico) l’ha incoronato come il migliore su questo frangente.










Cosa propongono gli altri smartphone

Gli altri smartphone presenti sul mercato, allo stato attuale, propongono una configurazione divenuta quasi standard. Quasi tutti sul retro hanno due fotocamere, con un sensore principale affiancato a un teleobiettivo (molto frequente) o a uno in bianco e nero (più raro). Rientrano nel primo caso prodotti come Galaxy S9 Plus e i nuovi iPhone XS e XS Max, solo per citarne alcuni.

Un’azienda come LG invece adotta sui propri smartphone una soluzione ancora differente. Accoppia al sensore principale uno grandangolare, ovvero con un angolo di ripresa particolarmente ampio. Questo vuol dire, ad esempio, che non è necessario allontanarsi troppo dalla Tour Eiffel o dal Colosseo per riuscire a fotografarli nella loro interezza. Prodotti come G7 e V30 dell’azienda sudcoreana adottano questo tipo di configurazione.

Fotografia grandangolare in notturna realizzata da LG V30

Insomma, quante più informazioni si riescono ad affiancare a quelle raccolte dal sensore principale, tanto più il software restituirà scatti di qualità. Non a caso, anche le fotocamere frontali per i selfie cominciano a essere affiancate da sensori secondari (avviene in prodotti come il Huawei Mate 20 Lite, che abbiamo recensito qualche giorno fa), che entrano in azione per capire meglio la posizione del soggetto sulla scena e ottenere così effetti bokeh (sfondo sfocato) convincenti.

Quale configurazione scegliere

Come sempre, dipende dalle esigenze, e ovviamente molto cambia a seconda dei brand. In linea teorica però, possiamo darvi dei consigli generali. Siete particolarmente amanti delle fotografie a monumenti, paesaggi, soggetti di grandi dimensioni? Puntate i dispositivi con la seconda fotocamera grandangolare (LG G7 e V30, ad esempio). Utilizzate spesso lo zoom perché magari, per vostre esigenze, fotografate i soggetti da lontano? Virate sugli smartphone con teleobiettivo (Galaxy S9 Plus, iPhone XS, ma anche prodotti più economici come il Nokia 7 Plus).

Infine, nel caso foste alla ricerca di una resa particolarmente convincente in notturna, gli smartphone con sensore secondario in bianco e nero hanno una marcia in più. Da questo punto di vista, allo stato attuale, il P20 Pro rappresenta un punto di riferimento. In attesa che Huawei sveli l’attesissimo Mate 20 Pro (presentazione il 16 ottobre), che sembra destinato a compiere un ulteriore salto in avanti in ambito fotografico.

L’articolo Huawei P20 Pro, come funziona la tripla fotocamera posteriore e perché gli smartphone montano più sensori fotografici proviene da Il Fatto Quotidiano.

Huawei P20 Pro, come funziona la tripla fotocamera posteriore e perché gli smartphone montano più sensori fotografici
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Huawei P20 Pro, come funziona la tripla fotocamera posteriore e perché gli smartphone montano più sensori fotografici ultima modifica: 2018-10-03T16:04:41+00:00 da Antonio Pechiar