Affido condiviso, sette cose da fare per rendere il ddl Pillon davvero efficace

di Marilena Mazzolini e Anna Lubrano Lavadera

Nel 1970 arriva la legge che introduce il divorzio in Italia, 1978 il referendum la ratifica, dopo molte battaglie civili, nel 2006 entra in vigore la legge sull’affido condiviso. Sono maturi i tempi per una riforma, in che senso e da che punto di vista? Quando la legge arriva in Italia fotografa e interpreta un Paese molto diverso da quello di oggi, la maggioranza delle donne è dedicata alla famiglia e non lavora, le famiglie sono monoreddito, il Paese è straordinariamente vivo ed economicamente forte, la crisi è impensabile.

La legge, mantiene in sé quell’assetto fortemente contrario allo scioglimento del matrimonio, il percorso separativo è lungo cinque anni.  È presente il tema dell’addebito, ovvero lo scioglimento del matrimonio vuole possibilmente individuare un colpevole. La legge è estremamente tutelante per le donne: affido esclusivo alle madri nella quasi totalità dei casi, casa coniugale assegnata insieme ai figli, assegno di mantenimento per i figli e per il coniuge che è di fatto la madre. Nel tempo assistiamo però a molte aberrazioni. Padri che mano a mano si impoveriscono, mentre il Paese perde la sua forza economica ed entra nella profonda e cronica crisi che ormai ci accompagna da tempo e contemporaneamente perdono o vedono fortemente allentata la relazione con la prole.

Il paese cambia, molte donne lavorano, i padri si prendono teneramente cura dei propri figli. Sono presenti nelle cure primarie. I genitori condividono i figli e non se li dividono. In psicologia dal modello “monogenitoriale” si passa al concetto di cogenitorialità.

Se grazie a alla legge sull’affido condiviso oggi possiamo dire che sono indiscussi i concetti di cogenitorialità e continuità delle relazioni e degli affetti genitore-figlio, al di là della separazione e del divorzio, non possiamo ritenere che tutto sia stato risolto. Ma è pressoché impossibile trovare una risposta definitiva in una materia così complessa e fluida come quella delle relazioni umane, dove l’unicum del figlio e di quella famiglia rende inapplicabili regimi “standard” e provvedimenti o interventi preordinati.

Allora come “blindare” i figli dalla rabbia dei genitori, dai loro sentimenti più primitivi e distruttivi, che nelle situazioni di maggiore criticità li espongono a dolori e “scelte di campo”? Quale è l’antidoto per curare il dolore, qual è il modo per evitare rotture e mantenere la continuità dei legami affettivi? Per una nuova legge cosa tenere? Cosa invece modificare? Diremmo:

1. Potenziare le Sezioni famiglia, in modo che prendano in carico rapidamente la famiglia separanda, che spesso vive nella stessa casa molti mesi fino alla prima udienza con quanto questo comporta in termini di rischi reali e  reciproca violenza.

2. Mantenere indicazioni legislative flessibili per la frequentazione genitori-figli, rimessa ai principi di continuità degli affetti e delle abitudini di vita di quel figlio. Il tempo, infatti, va modulato sui bisogni per età dei minori (diversi i piccoli dagli adolescenti, etc) e per organizzazione di vita (pensiamo agli spostamenti nelle grandi città). Difficilmente la divisione salomonica tout court del figlio, offre una soluzione, facilitando divisioni piuttosto che condivisioni.

3. Riconoscere la fisiologicità della separazione, non dimenticandone la criticità.

4. Rivalutare la questione dell’addebito, che introduce nella separazione il tema di torti e ragioni aumentando i conflitti tra le parti.

5. Affrontare le questioni economiche dei nuclei familiari con dispositivi mirati che riducano le disparità e preservino, anche, la relazione degli stessi con ognuno dei due genitori.

6. Investire sulla costruzione di progetti socio-sanitari e di prevenzione culturale, che evitino o modifichino la presenza di rifiuto di un genitore da parte dei figli. Al contempo offrire strumenti forti ai giudici sulla possibilità di incidere giuridicamente, sanzionando le realtà più pervicaci.

7. Prevedere la formazione di giudici, avvocati e operatori del settore, assistenti sociali, psicologi ed educatori, favorendo integrazione e contaminazione di saperi.

Il miglioramento sociale e quindi un maggior benessere dei nostri bambini non passa per scelte solipsistiche che sostengono solitudini a rischio, anche di natura professionale, ma sempre per percorsi comuni, lavoro in rete e coordinazioni professionali, ma anche nello scambio e condivisione di valori e di simboli comuni. Le risposte dovrebbero essere sempre complesse e di ragione mai di reazione.

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